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Si è da poco concluso il secondo simposio sulla competitività europea tenutosi a Berlino, e il quadro che ne è emerso è alquanto preoccupante. Le parole di Isabel Schnabel, membro del comitato esecutivo della BCE, confermano che il Vecchio Continente affronta un problema strutturale che va ben oltre i rincari del petrolio. A preoccupare i mercati è soprattutto il gas naturale: le scorte europee sono sotto pressione ed è in atto una spietata concorrenza con i mercati asiatici per accaparrarsi le forniture di GNL (Gas Naturale Liquefatto). Questa tensione sui prezzi energetici è uno dei principali fattori di inflazione che costringono la Banca Centrale Europea a mantenere alti i tassi di interesse, frenando gli investimenti delle imprese.

La dipendenza dell’Italia dal gas naturale: i dati sul mix energetico

Questa vulnerabilità assume contorni ancora più critici se calata nella realtà del nostro Paese. Il gas naturale resta la vera spina dorsale del sistema energetico italiano.

Sui consumi energetici finali totali (pari a circa 1.300 TWh), il gas incide direttamente per il 27%. Ma il suo peso non finisce qui: l’elettricità copre un altro 23% dei consumi finali e ben il 40% di questa energia elettrica viene prodotta proprio a partire dal gas.

Nel 2021, il gas russo copriva oltre un terzo del fabbisogno energetico italiano attraverso il gasdotto TAG. Di fronte all’improvvisa incertezza geopolitica, l’Italia si è trovata nella necessità di ridisegnare in tempi rapidi e con soluzioni di emergenza le proprie rotte di approvvigionamento. Per compensare questo vuoto, il nostro Paese ha dovuto ripiegare su alternative molto più onerose. Da una parte, il peso del GNL è schizzato dal 13% a un impressionante 32%, dando ragione all’allarme lanciato dalla BCE: la competizione globale per i rigassificatori e i costi per riconvertire questo gas sono altissimi. Dall’altra parte, abbiamo superato il 10% di importazioni dal Nord Europa (tramite il Transitgas), una risorsa nettamente più cara rispetto al vecchio gas russo.

Sebbene una rete infrastrutturale più flessibile e diversificata sia oggi essenziale per la sicurezza nazionale, affidarsi ai mercati spot significa condannarsi a una perenne volatilità dei prezzi. Il problema resta dunque strutturale. La soluzione?

Rivedere il mix, riducendo la dipendenza dal gas – dato che un’indipendenza totale non è tecnicamente fattibile per la struttura dei consumi – e puntando su una maggiore penetrazione delle rinnovabili con i sistemi di accumulo BESS per impiegarle quando servono. Tutti obiettivi difficilmente raggiungibili nel breve termine!

La via d’uscita: le soluzioni green per il business

Come possono, dunque, le aziende italiane tutelarsi in uno scenario in cui il costo dell’energia rimane un rischio incontrollabile e il costo del denaro fatica a scendere? La risposta strategica non risiede nell’attesa che il nostro Paese riesca, tra anni e anni, a modificare il suo mix risolvendo un così grande problema strutturale e per noi incontrollabile, ma nel cambio di paradigma offerto da Green.

Investire oggi in impianti di produzione rinnovabile (fotovoltaico, idroelettrico, ecc.) per la propria autoproduzione non è più una semplice operazione di “facciata” legata alla sostenibilità ambientale, ma una strategia economica ad alto rendimento (ROI) che trasforma l’impianto in un asset guidato dall’ integrazione sistemica tra finanza, produzione e consumo.

Svincolare i propri cicli produttivi dalla dipendenza dal gas significa garantirsi l’indipendenza energetica, stabilizzare i costi operativi nel medio-lungo termine e proteggere i margini di profitto.

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